Pagine

mercoledì 31 dicembre 2014

Cosa farai a Capodanno?




E arriva, così. 

Come sempre.

Ogni anno. Con la sua fine e il suo inizio. 
Ma, soprattutto, con le sue domande. 

La prima fra tutte: 


"Cosa farai a Capodanno?" 


Iniziano a chiedertelo, prima ancora del cambio stagione. Prima ancora che tu abbia realizzato che sta per arrivare il gelo e l'inverno. Quando ancora sei indecisa su cosa indossare, la sera. Quando ancora non sai, se mettere il cappotto o solo il giubbotto di pelle. 
Quando ancora non ci pensi proprio, ad un altro anno che sta voltando le sue ultime pagine, finendo di scrivere le sue ultime righe, su quelle pagine, che tu credi, sfogliarsi pian piano, lente. Invece, ad un tratto, si spalanca la finestra e arriva il vento, e violento le chiude ad una ad una in un solo colpo. 
Ti chiedi, ancora, come sia possibile che tu sia arrivata al Natale, quando ancora pensavi alla fine di questa ultima estate, rivedevi le immagini di te tra la spiaggia e il mare, sentivi il suono delle risate e il sapore delle lacrime, insieme. E invece, eccole lì, le prime luci, accendersi, dietro le finestre delle case in città, appese ai primi alberi, finti. Eccoti là, davanti ad un Natale che non ti aspettavi, così, che non volevi, così, anestetizzato. 

"Cosa farai a Capodanno?"

Continuano a chiedertelo. 

È l'ultimo dell'anno e non sai davvero come ci sei arrivata. 
Continui a chiedertelo. Di tanto in tanto. Tornando a casa, la sera. Prima di addormentarti. Alle volte al risveglio e, spesso, quando sei tra la gente, ad ogni sguardo rubato, ad ogni incontro mancato. 

Te lo continui a ripetere. 

E ti chiedi perché, alle volte, sia così difficile districarsi nelle scelte che tu stessa hai intrapreso, nelle imprese in cui tu stessa ti sei lanciata, al solito, senza paracadute. 
In caduta libera vai giù, e poi su, a stati emotivi alterni, su un' altalena di emozioni bipolari, tra la voglia di capire ancora chi sei e chi sarai e quella di riconoscerti ancora in quella che eri. Ma non ci sono risposte che ti soddisfano. Così come non soddisfa agli altri la tua mancata voglia di fare festa in questo ultimo giorno dell'anno. 


E se aspettassimo solo che passi? Senza pretese? Senza richieste? Senza domande? 
In fondo è solo un giorno, in un intero anno. Solo 24 ore che si perdono, in giorni interi, vissuti tra colpi di testa, colpi di scena e tremendi conflitti. 
Si. È stata una guerra. Un anno fatto di battaglie. Con le sue ferite e qualche sporadica conquista. Un anno di lotte continue, alcune vinte e molte altre perse. 


È ancora la guerra. 
E sei ancora lì con la spada tra le mani, cercando di non perdere te stessa. Difendendo te stessa.
Così alla fine, o all'inizio di tutto, tra tutte le domande stupide, lecite o non lecite, ce n'è solo una che pare valga la pena di farsi: 


"Cosa farai, quest'anno?" 

Cosa farai, per sopravvivere a questi sbalzi di te?

Il trentuno è arrivato e sta già passando. Trascinandosi tutto. 
Domani? 
E' un giorno, un anno, un tempo diverso. Che comincerà stropicciandosi tra le lenzuola, tra i soliti pensieri confusi e penso che basterebbe solo farsi la domanda giusta. O darsi la risposta giusta. Alla fine e all'inizio di tutto.


"Cosa farai domani?"

Inizia a non averne paura, ad esempio.
Affrontati come non hai fatto mai e riuscirai a non perderti. 
O a riprenderti. Prima o poi. 

Capodanno, la fine e l'inizio. 
Sono sempre lo stesso punto, dello stesso cerchio. 
A cambiare siamo noi, anno più o anno meno. 




giovedì 6 novembre 2014

3 motivi per cui, spuntone o no, non cambia nulla.


Ok, parliamone. Diamo un nome alla novità dello spuntone blu su whatsapp.
-Bella minchiata!
E adesso diamo un nome alla vostra reazione e indignazione pubblica.
-Panico!
E' la paura che ci ha colti all'improvviso, destabilizzando anni e anni di pippe mentali sui motivi occulti che impedivano alla vostra controparte telefonica di rispondere. Il panico che all'attesa interminabile dinnanzi la schermata di una conversazione senza risposta, segua la conferma del totale disinteresse e della completa indifferenza del vostro interlocutore. Svelare che dietro il silenzio di una non risposta si cela la certezza di un rifiuto, smascherata da un segno blu, ha generato, nelle ultime 12 ore, ingenti quantitativi di ansia e attacchi di panico, a mio dire immotivati.

Davvero, credevate, fosse necessario uno spuntone colorato a dare prova della visualizzazione disinteressata del vostro messaggio?
Era proprio necessaria una conferma, che suonasse come una doccia fredda, la sveglia in piena farse REM, o una randellata sui denti?
Non credo. In fondo il beneficio del dubbio non ci ha mai illuse, abbiamo sempre saputo che una non risposta non ha altri significati se non essere ciò che è: una NON risposta. I cui motivi sono e potrebbero essere molteplici: 
-non ha il telefono con sé
-è in bagno
-sta lavorando
-è impegnato in altra conversazione
-ha perso l'uso delle mani
-ha perso l'uso del cervello
-ha perso entrambi
-non so
Ma la perdurata non risposta, oltre le 24 ore, credo basti a farci capire che l'utente cercato non ha nessuna voglia e intenzione di farsi vivo/a.  
Nasconderci dietro il "non visualizzato" non può fornire al nostro interlocutore, che abbiamo capito tutti essere il/la Lui/Lei di turno, un alibi, perché, prima o poi, a meno che non sia stato/a coinvolto/a in un rapimento alieno o il suo smartphone non sia stato risucchiato da una voragine e trascinato al centro della terra, quel messaggio lo visualizzerà, e il fatto che noi lo veniamo a sapere per mezzo di uno spuntone poco importa. Non è certo quello che salverà il nostro amor proprio o la nostra autostima, né salverà Lui/Lei dalla reputazione  di stronzo/a emerito/a.
Non rispondere è un segnale, e anche se tacito, un segnale resta. Un segnale nero. Da considerare come monito per fermarci da eventuali slanci intraprendenti e altri suicidi sociali.
Questo panico, che oggi state vivendo, sentendo violata una privacy (che dimenticate di avere in altre piattaforme sociali) vi scopre nudi, indifesi, ma soprattutto online, con gli occhi fissi su quegli spuntoni. Le contorsioni mentali, i voli pindarici e le cazzate che vi siete raccontati ad ogni messaggio inviato e non risposto, su cosa o chi, dall'altro lato del telefono impediva  la formulazione di una risposta, ad un certo punto, lasciano spazio all'unica verità possibile: "Non voleva rispondere". O meglio, non voleva rispondervi così: 
"Sparisci!" 
"Non mi interessi!" 
"Ma chi sei?"
"Quando ti ho dato il mio numero di telefono ero ubriaco/a?"
e infine...
"NO!" (a qualsiasi vostra domanda).

Per cui, spuntone o non spuntone, non cambia nulla e i motivi sono 3:
-non ha risposto
-non risponde.
-non risponderà, mai.
Dal canto nostro potremmo sempre dire: 



mercoledì 29 ottobre 2014

Vatti a fidare dei padri di famiglia!



Stamattina mi sveglio e vengo investita in pieno da una notizia a dir poco sconvolgente.
Ma cosa sta succedendo?
Prima il reverendo Camden e adesso Cliff Robinson?
I due pilastri amorevoli della mia infanzia e adolescenza, implicati in  torbide storie di pedofilia e stupri seriali?
Loro, i protagonisti dei telefilm che più di tutti proponevano tra gli anni 80 e gli anni 90 l'immagine della famiglia felice con  genitori premurosi e perfetti e figli ubbidienti, in realtà sono un bluff?
Insomma, siamo tutti cresciuti con l'immaginario ideale della famiglia perfetta, propinataci dalla tv, attraverso personaggi racchiusi in case accoglienti e calde, il cui divano era l'emblema degli affetti,   dove sprofondare tutti insieme a fine giornata.
Io, per prima, sono cresciuta desiderando aprire la porta di casa e trovare il faccione buffo e affidabile di Bill Cosby ne "i Robinson", chiedendomi perché le discussioni a casa mia non finivano mai con un abbraccio, ma, piuttosto, con diversi vaffanculo.
Poi sono arrivati i Camden e lì mi sono rincuorata,  perché quei poveri 7 figli mi pareva vivessero quotidianamente le stesse difficoltà e gli stessi scontri che mi trovavo, anche io, a vivere con i miei genitori, che poi realmente tanto severi ho scoperto non essere, negli anni, in confronto a quei due morigeratori.
Mi sono sempre chiesta se tutta quella morale non fosse troppo rigida, persino per la famiglia di un reverendo. Tutto sommato però era cosa buona e giusta per quella che sembrava essere il prototipo della famiglia perfetta.
In realtà il "settimo cielo" non era altro che un inferno.

Eppure, in tutti questi anni di famiglie perfette e morali a cucchiaiate abbondanti, manco fosse nutella, non mi ero posta il problema che ci potesse essere del finto anche nella finzione.
L'ideale fantastico della famiglia perfetta, di cui quella Mulino Bianco, è solo uno degli esempi, sembrava essere la normalità e l'obiettivo a cui tendere.
Poi la glassa si scioglie e vengon fuori tutti i bozzi che tanto accuratamente erano stati nascosti.
La famiglia perfetta non esiste, così come non esiste il ragazzo perfetto, la storia perfetta, la vita perfetta e un mondo perfetto.
L'ideale di perfezione a cui ci hanno abituato e verso cui tendere non ha fatto altro per tutta la nostra vita che allontanarci da ciò che di imperfetto ma reale ci circondava. E il mostruoso si è solo travestito da meraviglioso, ingannandoci.
E scopriamo, adesso che siamo cresciuti, dopo un adolescenza fitta di momenti in cui ci siamo chiesti il perché noi crescevamo in famiglie sui generis più simpsoniane o griffiniane e a tratti addamsiane, che in realtà i veri problemi li avevano loro.
Loro che la colazione la facevano tutti insieme seduti attorno al tavolo di una cucina irradiata da luce divina due ore prima di andare a scuola, mentre nella stessa tempistica io avevo già imprecato per non andare a scuola, trascinato me e il mio sonno in bagno e, infine, cercato di seminare mia madre e il suo latte e nesquik, prima di raggiungere finalmente l'uscio di casa tra vari conati di vomito. Loro che parlavano di sesso con naturalezza, mentre i miei annaspavano tra api e cavoli lasciandomi con il beneficio del dubbio e l'intervento dello Spirito Santo. 
Loro che non gli sfuggiva nulla, peggio della Cia, mentre ai miei gli lasciavi credere persino alle invasioni aliene e barbariche insieme, pur di far calia a scuola.

A questo punto, assodato che la famiglia perfetta non esiste, nemmeno nella finzione, chiederei scusa a tutte le famiglie imperfette. Alla mia soprattutto, perché nella sua imperfezione si è mantenuta sana, malgrado alcuni colpi di scena, frasi ad effetto, momenti di suspance, e varie e molteplici rotture di balle. 

E adesso basta, fermiamoci qui con gli scandali, che ad una Tata Francesca in atteggiamenti equivoci e frequentazioni perverse non sono pronta.


venerdì 3 ottobre 2014

Tutta colpa delle commedie americane!


Ieri ho espresso un desiderio: vivere come in una commedia americana.
Così avrei gradito svegliarmi, stamane, con almeno una colonna sonora che accompagnasse i momenti clou della mia giornata.
In realtà la mia giornata è trascorsa senza un gran da fare e, visto che i postumi della febbre avuta in questi giorni mi hanno costretta su un letto, in stile moribonda, accompagnata solo dal mio gatto e da una scatola di cleanex, l'unica colonna sonora adattabile sarebbe stata quella de l'Esorcista. Ma va bene così.
Devo convincermi che le commedie americane, soprattutto le commedie romantiche americane, non esistono!
Non è possibile credere che nella realtà esistano storie di uomini e donne alle prese con incontri facili, sentimenti trasparenti, il superamento di barriere sociali, emotive, e temporali, il sesso senza inibizioni e, soprattutto, senza precauzioni (avete mai visto la scena di un amplesso interrompersi e il Lui di turno dire: "Cara un attimo che indosso un condom"?).
Prendiamo ad esempio una commedia romantica come Dirty Dancing. Proprio l'altra sera lo riguardavo per la milionesima volta, chiedendomi, per la milionesima volta, come sia possibile che una donna insignificante come Baby, il cui nome soltanto dovrebbe far pensare, possa far perdere la testa ad uno strafigo e pieno di sé come Johnny. Voi direte, che non c'entra l'aspetto fisico, che sicuramente Baby lo ha conquistato con l'intelligenza, con il suo carattere, con la sua simpatia. Tutto molto bello, tutto molto romantico, tutto molto fantastico!
L'uomo che vedo io in giro ha un'erezione per unghie feline e tacchi a spillo, non trova agghiacciante una spallina trasparente del reggiseno in bella vista, né un reggiseno portato con orgoglio fuori da una maglia super aderente, impazzisce per un outfit di dubbio gusto e se mostri l'intelligenza si chiede di che taglia è.
Purtroppo, le commedie romantiche hanno creato una generazione di donne illuse. L'illusione è che sia possibile vivere, nella vita di tutti i giorni, le stesse dinamiche sognanti, scambiarsi gli stessi sguardi intensi, avere a che fare con le stesse grandi emozioni e con gli stessi protagonisti maschili, che, attenzione, appaiono sempre come degli stronzi, ma che alla fine si rivelano essere gli amanti perfetti.
Pensate a personaggi come Edward in "Pretty Woman", sono uomini su cui non scommetteremmo un centesimo, a cui non daremmo alcuna possibilità, perché egoisti, inaffidabili, impegnati e, soprattutto, freddi come bastoncini Findus. Invece alla fine si rivelano essere cuori caldi al cioccolato, morbidi come un brownie, deliziosi e zuccherini come macarons. E in cima al loro cavallo bianco, con il pennacchio al vento e un mazzo di rose comprato all'angolo di un hollywoodiana Sunset Boulevard scalano la torre della bella e la conquistano per sempre.
La commedia, che più di tutte avrebbe dovuto rivalutare le sorti di noi donne sfigatelle alle prese con uomini indecisi e egocentrici, in realtà viene presa in considerazione soltanto per  la caricatura della sua protagonista. Perciò, Bridget Jones, che avrebbe dovuto salvarci, darci una possibilità  e regalarci una speranza, da nessuno viene ricordata per il suo lieto fine, ma da tutti per le sue mutande "nonna size" e il suo aspetto goffo e ridicolo. Che non sarà certo un caso se, dopo questa interpretazione, la Zellweger abbia avuto non pochi problemi alimentari e vari lifting facciali.
Nemmeno una storia come Harry ti presento Sally ha del vero. Ma figuriamoci se una donna che si ritrovi a simulare un orgasmo in una caffetteria possa raccontarlo senza essere additata come troia ad honorem della suddetta caffetteria.

Il punto è che noi amiamo farci incantare dalle illusioni. Che siano quelle di una commedia americana o della nostra vita, perderci in esse ci piace, anche se poi ce ne lamentiamo.
Così ci troviamo a sognare di vivere come in una commedia americana, sognamo una colonna sonora che faccia da base ai nostri monologhi, alle nostre imprecazioni, ai nostri pianti e alle nostre discussioni. Sogniamo un lui che ci sorprenda sotto casa, con la pioggia, (ma anche sotto il sole, il vento) che ci sorprenda e basta, e che ci dica, non quanto siamo belle, ma quanto siamo interessanti, perché è quello che ci fa davvero emozionare!
Invece ci troviamo di fronte a chi non ha nemmeno voglia di capire chi siamo davvero e chi si nasconde dietro l'aspetto di una goffa Bridget Jones. Nessun miliardario dal cuore tenero, nessun duro insegnate di mambo che ci tolga da quell'angolo in cui storie e delusioni pregresse ci hanno lasciate. Nessun uomo che si innamori di noi e basta, che trovi attraenti prima il nostro sorriso e il nostro cervello e poi il culo. Perché si, è vero, anche il culo vuole essere amato, anche per lui si può perder la testa, ma non può bastare a creare una commedia romantica, un culo non basta a farvi innamorare. E nemmeno un orgasmo.
Perché altrimenti la mia commedia romantica preferita si sarebbe intitolata " 50 volte il primo orgasmo" e sarebbe stato meglio, forse, chè anche qui, ma chi ci crede che, su questo pianeta, esista davvero un uomo, che, conosciuta una donna con quel problema di memoria, tale per cui la poveretta ogni notte resetta ogni ricordo, si impegna ogni nuovo giorno per farla innamorare?
Tirando le somme, possiamo dire di essere state prese per i fondelli, che la cosa ci piace e che continueremo a farlo, perché è bello ritrovarsi sognanti davanti ad uno schermo, quando abbassate le difese del nostro cinismo ci lasciamo trasportare dalla chimera dell'amore romantico. L'importante è esserne consapevoli e alla prossima Meg Ryan svampita tutta riccioli e sorrisi sul grande schermo, focalizziamo l'attenzione sul qui ed ora, chè tutto quel silicone in eccesso è la reazione di una donna che, disillusa dal romanticismo, ha pensato bene di passare all'Horror.







lunedì 29 settembre 2014

Il cupcake sbagliato


E' lunedì. 
Un insolito lunedì. 
Mi sono svegliata afona, senza motivi plausibili, senza bischerate di cui avere ricordi confusi e annebbiati, legati alla sera prima. 
Sarà il cambio del tempo, l'arrivo dell'autunno.
Eppure una zanzara tigre sopravvive ancora e ha appena ridotto il mio stinco ad uno zampone.
Mia madre prepara la pasta al forno. Già questo basterebbe a far crescere in me il sospetto che qualcosa di strano nell'aria c'è. A ciò si aggiunge il fatto che il mio vicino di casa ascolta musica ad alto volume, alternando Caparezza a James Blunt. 
E' uno strano lunedì. 
Ho scoperto che i kinder sorpresa riproporranno le vecchie sorprese anni 90. Forse, anche nella fabbrica degli ovetti più famosi al mondo sono rimasti a corto di idee. Un po' come me, in questo strano, e ripeto, stranissimo lunedì.
Ho immaginato un lungo post in cui vi avrei tediato sulle classiche storie di donne infelici e insoddisfatte, alle prese con uomini coglioni. Ho immaginato che lo avrei intitolato " Cosa vogliono le donne". Poi mi sono accorta che sulla reale determinazione femminile mi trovo un po' impreparata.
Il punto è che noi non lo sappiamo mai ciò che vogliamo. O meglio, crediamo di saperlo ed è ciò che più ci frega.
L'altro giorno, presa dalla voglia di cupcake, entro in una deliziosa backery, ad Ortigia. Dopo una lunga pausa davanti la ricca offerta di gusti, in cui primeggiano cuori alla nutella, granelle e modi di interpretare il cioccolato sopra un cupcake, che nemmeno Willy Wonka, ho optato per l'unico dall'aspetto e gusto stravagante : il cupcake al mojito.
Ecco, qui credo si possa racchiudere tutto ciò che una donna crede di volere e la sua reazione una volta che lo ha ottenuto. Ovvero restare con il palato insoddisfatto e perplesso, sorridere fingendo di aver fatto la scelta giusta e bramare il cupcake con cuore al cioccolato, che continua a guardarti dalla vetrina.
Fare delle scelte non è mai semplice, soprattutto perché, nel momento in cui le fai, ti coglie un'improvvisa indecisione, che confonde e destabilizza.
E' come entrare da Zara, pensando di acquistare solo un jeans e uscire con un gilet di pelliccia e un parka in lana, quando ancora fuori la temperatura oscilla tra il "vado al mare" e "metto il giacchino in borsa, non si sa mai".
Insomma, noi donne abbiamo un problema serio quando si tratta di prendere una decisione o scegliere cosa sia meglio per noi, ciò che ci farebbe stare bene. Sul serio. 
Così ci ritroviamo ad accumulare scelte sbagliate, con un effetto domino che ci trascina violentemente.  

-Chi siamo?
-Siamo donne!
-Cosa vogliamo?
-Dimagrire! 
-E come vogliamo farlo?
-Mangiando nutella!

(Recita così un link divertente diffuso sul web).

Ed è così! Vogliamo delle cose,ma non siamo in grado di ottenerle senza rinunce, senza la giusta analisi delle conseguenze. Ci facciamo trasportare dal vento delle nostre passioni, dagli impulsi, dall'entusiasmo e ci lanciamo, senza freni, nel vortice della nostra emotività, come palline in un flipper impazzito. Ad ogni ostacolo riprendiamo la corsa, matta, verso quell'unico obiettivo che sappiamo essere fallimentare in partenza.
E' come quando andiamo a comprare un nuovo paio di jeans. Gli uomini forse non lo sanno, ma questa azione, che ai testosteronici sembra tanto banale e, a volte, nemmeno così necessaria, (visto che loro, l'unico paio di jeans, lo ricevono in dotazione, come accessorio, insieme alla fede calcistica, e non lo cambiano più) ha un alto potere simbolico, che ci investe di autostima o depressione, nel giro di pochi minuti, quando, dentro uno squallido camerino, davanti allo specchio, riceviamo il messaggio che il nostro culo ci invia, chiaro e immediato. 
E non sempre ci facciamo convinte. Aspettiamo che quel jeans ci riveli segreti nascosti, ci invii messaggi subliminali, immagini criptiche, indecise o no se portare a casa quell'indumento rivelatore della verità. Non ci rendiamo conto che il mistero non è nascosto nel jeans, ma in ciò che ci sta dentro e che, se indossando quel denim, il nostro culo apparirà, piatto, grosso o deforme è perché, probabilmente, lo è davvero. 
Questo è il nostro vero gap davanti ad una decisione da prendere: vederne la verità!
Ci lasciamo offuscare da quello che potrebbe essere, da cosa si nasconde dietro l'una o l'altra opzione, da altre mille sfaccettature, sospese nella nostra valle delle possibilità. Lasciandoci sfuggire l'unica, ovvia, risposta a tutto. 
La verità si cela dentro di noi, ma non la vediamo, intimorite dal percorso dell'una o l'altra strada ci fermiamo in mezzo, facendo un passo avanti, uno indietro  e optando, infine, per quella che, dapprima, nemmeno avevamo considerato, allontanandoci dal vero obiettivo. 
Così ci troviamo con quell'amaro sapore in bocca, a metà tra la menta piperita e un mojito sbendato, a sognare il gusto dark del cioccolato. 
E un normale lunedì ci appare insolito e diverso, perché insolite e diverse probabilmente siamo noi, che abbiamo capito una nuova verità e siamo in attesa di percorrerla con convinzione.





venerdì 26 settembre 2014

10 modi per riconoscere l'uomo alpha e distinguerlo dall'uomo bestia.







Sentiamo spesso parlare del cosiddetto maschio alpha. Lui è in cima agli altri del suo genere, contraddistinguendosi per capacità amatoriali, seduttive, con la sua intraprendenza, sicurezza e saper fare. 


Come riconoscerlo in 10 punti: 


1. E' sicuro di sè


2. Ama le donne 


3. Ama amare le donne


4. Nell'approccio è diretto e deciso


5. Ama prendersi cura della sua donna ed è attento alle sue necessità


6. Difende la sua donna dagli attacchi degli altri uomini 


7. In relazione si mostra sincero 


8. Ha carisma


9. Ti fa perdere la testa


10. Si sta estinguendo 


Si avete capito bene! Il caro maschio alpha lascia il primato ad un altro esemplare della specie, il cosiddetto maschio bestia. 

E non fatevi ingannare, perché l'epiteto "bestia" non sta per bestiale, rude come una bestia, animale e via con la fantasia a sfondo sadico e selvaggio. 
No! Bestia sta proprio per essere decerebrato, mancante di sostanza neuronale, minorato, insomma un ebete.


Riconoscerlo è semplice, vi basterà ricordare un solo punto: 


- Non è il maschio alpha di cui sopra. 


L'unica alpha che si merita è quella privativa davanti la parola maschio, per l'appunto.


Perciò donne lasciate ogni speranza voi che entrate nella sua tana, lasciatelo perdere e scappate finché siete in tempo. 


Il maschio bestia non ama le donne, ama solo se stesso. 
Incapace di comunicare con voi, a meno che la comunicazione non sia circoscritta a battute di spirito sempre uguali e dal quoziente intellettivo di una zanzara, avrà l'unico obiettivo di ronzarvi attorno con quel fare fastidioso tipico del suddetto insetto, facendovi sentire la sua presenza e rendendovi impossibile distrarvi dal suo ronzio, per poi pungervi velocemente e subdolamente, lasciarvi quel fastidioso prurito e scomparire velocemente. 


L'uomo bestia è una zanzara, come tale non ha alcuna utilità, e come tale necessita solo di schiantarsi sulla vostra mano prima che si poggi sul vostro cuore, e lì lasci la sua puntura dolorante per sempre.. 


lunedì 15 settembre 2014

Back to school





Oggi ho letto tanti status sull'inizio dell'anno scolastico. Lo avete etichettato come un periodo "meraviglioso". 

Erano gli anni degli outfit senza logica, delle paturnie d'amore, delle insicurezze, delle interrogazioni, dei cambiamenti ormonali e della dipendenza dai genitori. Gli anni dei compiti, tutti i pomeriggi, delle telefonate interminabili con l'amica sul perché non mi aveva salutata, delle calie per saltare le ore di matematica, degli esami. Erano le medie, poi il liceo. Cambiavamo ad ogni autunno le nostre possibilità, le nostre previsioni per il futuro, i nostri sogni, sempre più ambiziosi e alle volte irreali e irrealizzabili. Erano gli anni in cui la domanda "Cosa sarà di me?" portava un brivido di eccitazione, misto a paura, ma pieno di speranza. Erano gli anni in cui quella domanda la dimenticavi alla prima festa di classe, quando il pensiero più pregnante era -cosa mi metto? o -cosa dico ai miei se lui mi chiede di uscire? 

Erano gli anni più belli. Lo diciamo tutti. Di bello in realtà non c'era molto, perché le lacrime più sincere le ricordo ancora legate a quel periodo, ma c'era la speranza, di cambiare, la possibilità di farlo e di crescere, ancora. Adesso sono cresciuta e anche se i brufoli sono diminuiti, le insicurezze su me stessa hanno lasciato il posto ad alcune certezze, io non so ancora che ne sarà di me. Il futuro è diventato presente e porta ancora la paura, più ferma, più concreta, è la paura di non essere all'altezza. Al liceo pensavo di non esserlo per gli altri. Adesso non so se riuscirò ad esserlo per me stessa. Perciò a chi dice che quelli erano gli anni più belli dico, si è vero! Di bello c'era la sorpresa di scoprire cosa saremmo diventati, chi saremmo diventati. E a chi li vive adesso e non ci crede ancora, dico, fermatevi un attimo a pensare che avere mille possibilità e non sapere a quale aggrapparsi, perché la scelta di saltare su una o l'altra è ugualmente eccitante, è la cosa più bella di questa grande giostra che è la vita.




giovedì 11 settembre 2014

Connessioni Wifii e recettori svogliati



Che poi ci si ritrova,
sempre
ad un tavolo
a parlare
noi donne,
sempre
di uomini.

Come l'altra sera. Quattro donne, quattro mojito e quattro storie, stesso punto di vista: gli uomini hanno perso l'iniziativa.
Ci siamo chieste se la lunga evoluzione e l'emancipazione femminile sullo sfondo, abbiano influito su una delle caratteristiche principali del nostro caro maschio alfa, minacciando l'istinto predatore, la voglia di cacciare, che pare essersi persa, a favore di una pigrizia dilagante e diffusa a tutto il genere. Sembrerebbe che i livelli di testosterone si siano abbassati e che in questi uomini adesso abiti solamente un micino spaventato o un uomo svogliato. 
Il grande slancio maschile si limiterebbe a lunghe e interminabili conversazioni su whatsapp, senza alcuna richiesta di incontro o scontro fisico a seguire, malgrado i nostri messaggi subliminali, le nostre tattiche da donne sicure e vincenti, i nostri defilè in grande stile. Niente da fare, alla fine potremmo provarle tutte, scrivercelo pure in fronte, che siamo open come un bar nel bel mezzo di una festa e disponibili come le matite all'Ikea. In attesa di un messaggio chiaro, che dica più o meno così: "Vediamoci, ora, subito e facciamo saltare i bulloni a questo divano", come cantava JAx. Invece interpretiamo, giustifichiamo, il terzo spuntone su whatsapp, il visualizzato ma non risponde e quella  emoticon a trentadue denti, effetto paresi, che più che un sorriso sembra voler dire" Cavolo, e adesso come me ne esco da questa conversazione?"
Bene, noi donne ci siamo un po' stancate di attendere la prima mossa, finendo per archiviare il caso dell'ennesimo bipede fossilizzato o bere un secondo mojito in attesa di una qualche illuminazione.
Ma cosa manca a questi uomini? Il coraggio? La voglia? la libido?
Che poi si trovano a non saper gestire nemmeno il loro stesso rifiuto e, davanti ad una tua presa di posizione di tagliare corto, alle sue scuse, i suoi se e i suoi ma infiniti, ti esaltano a donna di una loro probabile vita. Ma quale? Forse quella dopo la reincarnazione in un essere dotato di palle?
Tutto questo accompagnato da fiumi di lacrime e sensi di colpa. Ho scoperto che questa tipologia di uomini coccodrillo, per via delle fluenti lacrime versate sulle loro stesse bugie e cazzate, ha un nome ben preciso, coniato dalla mia amica Maria e che prende ispirazione dalla sacra Bibbia delle telenovelas, ovvero l'interminabile Beautiful. Pare che l'uomo "Bridget", sia proprio colui che, come questo curioso personaggio femminile, generato dalla perversione di Brooke, abbia lo stesso vizietto della madre: farsi tutto il cast e poi piangerci su. 
La cosa che proprio ci ha messe in loop, ferme al secondo mojito e con facce stanche e annoiate è la considerazione che questi uomini pare funzionano come degli interruttori emotivi. Riuscendo a interrompere, a piacimento, la sferzata energetica che pare defluirgli in corpo, solo in quell'unico momento, breve, brevissimo, pre coito. Superata quella, ripeto, brevissima fase, tornano su off e vi rimangono, fino alla prossima scarica, fortuita, di corrente. Se lo facciano per protezione, difesa o disinteresse al momento non ci è dato saperlo, poiché a noi donne, riesce troppo difficile, se non impossibile, capirne l'oscuro meccanismo. Noi che quell'interruttore non lo spegniamo mai, che stiamo sempre connesse in attesa di intercettare il wifii che ci faccia navigare libere, senza il conteggio dei giga, senza quella E che invece pare caratterizzare la nostra metà. 
In mancanza di segnale, forse l'unica cosa da fare, sarebbe, infine, spegnere le connessioni oramai perdute e riaccenderne di nuove. Passare dalla modalità aereo, alla ricerca di nuove reti, che sappiano agganciarsi senza blocchi, paure o interruzioni.
Ma non ne siamo capaci. Così continuiamo a fissare il nostro telefono e quella parola, "Cerco…" con la speranza che trovi la nostra rete e, finalmente, la agganci per sempre.




lunedì 1 settembre 2014

1 settembre


Ecco. 
Ci siamo. 
Questa estate volge al termine. 
Qui in Sicilia, un vento forte sembra volersi portar via gli ultimi strascichi, ma noi teniamo duro e, malgrado le previsioni di una perturbazione autunnale annunciata, le temperature si mantengono alte e stentano a farci realizzare che oggi, signori, è già il primo settembre. 
Come dicevo, meteorologicamente parlando, non me ne sarei mai accorta, se non fosse che dalla mezzanotte del giorno in corso, i continui stati sui social sono urlanti di buoni propositi circa questo "nuovo anno" che verrà. 
Mi pare di capire che l'ansia non vi ha abbandonati in queste vacanze e non vedevate l'ora di vomitarla su Facebook e company. Smaniosi, come siete, di riprendere le attività e di lamentarvi della cosa, mi avete messo una certa agitazione, che in gran segreto, in realtà, covavo, anche io, da tempo.
Il fatto è che i nodi prima o poi vengono al pettine e, in questo caso, i veri stati d'animo che avete e abbiamo mascherato dietro selfies sorridenti, dietro giornate radiose e outfits colorati come se non ci fosse altro a cui pensare. 
Vengono a galla i veri se e i veri ma. Vengono a galla le domande, i dubbi, su ciò che ci riserva un nuovo autunno e un nuovo inverno, in cui il tempo per i selfies viene dimezzato, in cui gli sfondi  da likes assicurati si restringono a scrivanie affollate e luci smorzate dai nuvoloni settembrini, conciati come salami, stretti da sciarponi poco leggiadri e outfit appesantiti da cappotti sempre uguali.
Insomma, riparte il periodo delle ansie, dei lamenti e degli infiniti status sul conto alla rovescia alla prossima estate.
Allora, mi chiedo: ma lo fate apposta?
E poi, vi chiedo: visto e considerato che io dò inizio a questo "capodanno", come lo avete definito voi, senza botti e con il solo desiderio di sopravvivere a me stessa e alle infinite tribolazioni che mi contraddistinguono, avete capito l'importanza dell'estate? Avete maturato l'inutilità dell'inverno, del freddo e degli stati emotivi che esso comporta? Mi promettete che alla prossima estate ci penserete due volte prima di lamentarvi del caldo, delle zanzare e delle spiagge affollate?

Buona ansia a tutti.

domenica 6 luglio 2014

La storia di Adamo ed Eva

 

Ho ascoltato un intero cd dei Placebo. Ho saltellato tra questa pagina e uno zapping sfrenato sul web, rendendomi conto che ogni volta che voglio parlare di "Loro", la cosa più semplice sarebbe fare un salto nella lunga letteratura della mia vita, dove di situazioni a cui aggrapparmi ne trovo a centinaia e, infine, trarre spunto da ogni singola esperienza, per dire che uomo e donna mi hanno un po' stufato. 
Mi ha stufato il loro cercarsi e allontanarsi in modo così complicato, così insistente, così aggressivo e allo stesso tempo appassionato.
Uomo e donna. Un rapporto difficile e controverso che si perde all'inizio dei tempi.
Vi ricordate come tutto ebbe inizio?
Una mela cari signori. Il pomo rosso della discordia.
Fu tutto un problema di comunicazione.
Eva non aveva capito che quella mela ci sarebbe costata il paradiso terrestre e anni a seguire di "mala vita".
Adamo non aveva capito che assecondare una donna la prima volta avrebbe dato luogo ad una stirpe di uomini vendicativi.
Eva in realtà non è certo da biasimare. Fu spinta dalla curiosità, anche un po' dalla noia, perché Adamo non deve essere stato tanto intraprendente e coinvolgente, e lo sappiamo bene, che una donna frustrata e insoddisfatta ha voglia di cambiamento, diventando "portatrice sana di danni e sciagure". 
E così fu.
E Adamo?  Fu spinto semplicemente da Eva. Probabilmente stanco di tenere testa all'ennesimo capriccio della sua donna, si è semplicemente arreso. E questo ce la dice lunga sulle evoluzioni a seguire dei nostri esemplari maschili.
Quindi ai giorni nostri ci siamo arrivati con un susseguirsi di esperienze che hanno scritto la storia di una relazione uomo/donna, confusa, piena di tribolazioni, fraintendimenti, conti da saldare e guerriglie infinite.
La continua lotta alla supremazia tra i sessi continua ad essere l'obiettivo errato verso cui puntano entrambi, piuttosto che concentrarsi sullo stare insieme nel rispetto delle proprie diversità.
Il dare, l'avere e l'essere tra i due è scompensato dall'affermazione delle proprie identità, maschili e femminili, senza comunione di intenti, e l'incontro tra i due è scontro continuo, nella continua ricerca di un equilibrio irraggiungibile.
La storia ci insegna, che uomo e donna agiscono senza sincronia di intenti.
Non si capiscono, finendo per capitolare tragicamente verso destini opposti.


Un fatto evidente, ad esempio, è che una pensa e parla troppo, l'altro pensa e parla troppo poco.
A noi donne piace congetturare. Preferiamo scervellarci in lunghi ragionamenti fatti da "se, ma, forse". Il gioco del "se fosse..." soprattutto, è in cima ai nostri più grandi trastullamenti intellettivi. Adoriamo immaginarci con lui, fantasticare su quelle mosse che, nella realtà, stentiamo veder arrivare.
L'uomo, invece, gonfia il suo ego di paroloni e progetti che poi dimentica il giorno dopo sul letto.
E mentre lei su quel letto ancora intriso di passione, con occhi sognanti fa da regia alla loro storia d'amore, proiettandola su di un lui ideale e idealizzato, Lui è già passato dal bagno, dove ha lavato via, insieme ai denti, i ricordi di una fugace liaison.
A noi piace affidare il destino della nostra storia al "visualizzato ma non risponde" su whatsapp, al lungo silenzio post coito, agli occhi interrogativi davanti ai camerini di Zara.
Salvo poi sorvolare su altri silenzi, più importanti, più significativi, su comportamenti ambigui, su evidenti atteggiamenti controversi che ci tengono sul filo, che ci lasciano appese in attesa di risposte, peggio di un messaggio senza risposta.


Questa è la storia della mia vita: ho sempre atteso che fosse Lui a fare la prima mossa, a darmi un segno della sua presenza, mentre io in attesa tribolavo, immaginandomi una storia sceneggiata perfettamente solo nella mia mente. Nel tempo ho capito che, lasciare agli strategismi sentimentali il destino delle proprie storie, mette da parte i veri personaggi, i protagonisti. Così finisce che le loro sorti vengono gestite dai fili invisibili del non detto, del non fatto, e di tutte quelle paranoie mentali che ci facciamo senza dare libero sfogo al conoscersi, allo scambiarsi vicendevolmente le proprie persone, all'amore. Che non è un messaggio non corrisposto, una telefonata mancata, uno sguardo non ricambiato. L'amore lo trovi solo se ti dai, all'altro, completamente senza maschere sul cuore.


Ad oggi vedo uomo e donna cercarsi continuamente, parlare dell'uno e dell'altra, lamentarsi delle loro mancanze, di quello che vorrebbero, di come sarebbe se l'altro fosse diverso, salvo capire, dopo, che era stato esattamente come avrebbero voluto che fosse.


Si cercano, si vogliono, ma continuano a sfuggirsi, a respingersi, perché lo stare insieme, subito, il volersi perfetti all'istante e vita natural durante, ha bisogno di tempo, di pazienza, ma soprattutto di intesa; la stessa che mettiamo in quell'unico momento fugace di passione che culmina nel respiro affannato, intenso e travolgente, di un orgasmo. Quell'intesa che si perde, subito dopo.
Manca il dopo. 
Quello in cui trattenere il piacere dello stare insieme, consumato un attimo prima e continuare a ricordare il perché era così bello.










martedì 1 luglio 2014

Farm Cultural Park


Ci sono posti che non ti immagini nemmeno. 
Realtà che superano la fantasia più vivida. 
Contesti che ti spiazzano perché sorprendenti.
Questo è quello che mi è capitato di vivere in una 24 ore nell'entroterra più profondo della mia Sicilia. In un luogo in cui non ero mai stata ma che mi ha sorpreso ed emozionato come solo altri luoghi hanno fatto. E per raggiungere i quali, cari signori, ho dovuto prendere un aereo.
A Favara, invece, ci sono arrivata in macchina, dopo 2 ore e mezza e diverse inversioni di tragitto, perché purtroppo i collegamenti interni nella mia bella regione lasciano a desiderare, ma questa è un'altra storia. Oggi voglio raccontarvene un'altra, quella di un viaggio sensoriale che ha visto coinvolti me e i miei 4 compagni in un'esperienza artistica a 360 gradi. 
Favara si trova in provincia di Agrigento, sito della meravigliosa valle dei templi, dove le radici storiche e artistiche nascono e si mescolano con la contemporaneità di un progetto d'avanguardia. 


Nato nel 2010 dalla mente e dall'investimento coraggioso di un notaio che, ispirandosi a luoghi come il Palais de Tokyo di Parigi, Marrakech, e il mercato di Camden Town, ha riqualificato il cortile Bentivegna, dando vita al primo parco turistico siciliano, eletto dal blog britannico Purple Travel il sesto posto al mondo come meta turistica dell’arte contemporanea preceduta da Firenze, Parigi, Bilbao le isole della Grecia e New York. Oltre che come museo si propone anche come centro culturale e turistico dove vengono allestite mostre pittoriche temporanee e installazioni permanenti di arte contemporanea. Lo scopo principale di questo progetto è quello di recuperare tutto il centro storico di Favara e trasformare il paese nella seconda attrazione turistica della provincia di Agrigento, dopo la valle Valle dei Templi.


Ho amato da subito l'atmosfera di questo luogo innovativo, dal momento in cui, svoltato l'angolo di una anonima via della cittadina di Favara, mi sono imbattuta in murales, piante sospese e istallazioni colorate, il tutto su uno sfondo bianco estremamente moderno. 
Sembra un luogo surreale in cui il tempo sembra fermarsi, in cui i soldi si trasformano in dollari farm, in cui convivono culture, lingue ed espressioni artistiche diverse con il comune denominatore della scoperta e della condivisione.


Non conoscevo questo luogo, non sapevo nulla riguardo questo progetto, ma ne sono stata colpita e stravolta. La cosa che mi ha posto un grande interrogativo è stata l'ignoranza ingiustificata della gente del luogo, gli abitanti di Favara, a cui abbiamo chiesto informazioni per raggiungere la Farm e da cui ci siamo sentiti rispondere silenzi interrogativi e imbarazzanti, accompagnati da facce perplesse. 
L'interrogativo che segue alla poca informazione, al così poco interesse da parte dei media e dei veicoli informativi, verso qualcosa che tenta di dare valore, importanza e innovazione alla nostra bella terra, spero possa essere colmato da quello che il mio iphone ha potuto catturare.
A voi la curiosità di scoprire un posto che merita.




























venerdì 27 giugno 2014

Beauty review: T'ai Chi Mask


Se c'è una cosa che ho imparato, in fatto di bellezza, prima ancora di saper sfumare bene un ombretto o impugnare correttamente un mascara, è prendermi cura della pulizia della pelle del viso.
Per alcuni sembra scontato, per molti è secondario, in realtà una pelle pulita è alla base di tutto e non se ne può prescindere se si vuole ottenere un bel make-up.
Per questo ogni 3 mesi faccio una pulizia accurata e profonda dalla mia estetista di fiducia.
Naturalmente nel frattempo, tra una pulizia "seria"e l'altra faccio da me. Non uso mai gli stessi prodotti o le stesse modalità.
Alle volte purifico la pelle con del semplice vapore, altre volte faccio uno scrub naturale, altre volte ancora uso delle maschere specifiche.
Oggi vi parlo della mia ultima scoperta.
Parliamo delle maschere T'ai Chi di Herborist. Le ho trovate in vendita, da Sephora, in un kit che comprendeva anche la crema viso e il contorno occhi dello stesso brand.
Herborist è un'azienda che ha adottato la filosofia cinese del concetto di cura della bellezza e grazie ai segreti dell'erboristeria cinese ha creato prodotti di ottima qualità, attenti soprattutto alle esigenze della pelle del viso. Costano un po', ma sono ottimi prodotti. 

Le Maschere T'ai Chi
Si tratta di un trattamento 2 in 1: una maschera nera per purificare e una maschera bianca illuminante.
Come funziona?
Va applicata per prima la maschera nera, va massaggiata sul viso, eccetto il contorno occhi, per circa due minuti, lasciata in posa cinque e poi sciacquata con acqua tiepida e l'aiuto di un batuffolo di cotone.
L'effetto è di un delicato peeling, che riattiverà la circolazione del viso, rimuovendo le cellule morte e pulendo la pelle e i pori in profondità. È composta principalmente da peonia rossa (pianta nota nella tradizione cinese per le sue proprietà purificanti).

La maschera bianca va applicata subito dopo. Si massaggia sul viso per cinque minuti e si lascia in posa dieci. Va sciacquata sempre con acqua tiepida. Lenisce la pelle, lasciandola morbida e aiutandola a ritrovare la sua luminosità. Apporta alla pelle degli agenti nutrienti rendendola radiosa. Forma uno strato protettivo ed è composta principalmente da peonia bianca, che esalta la luminosità dell'incarnato.

Le mie impressioni al riguardo sono ottime. Non è certo semplice trovare una maschera che davvero pulisca la pelle. Invece questi prodotti lo fanno davvero. Il risultato è ottimo. La mia pelle è risultata pulita in profondità e luminosa. L'effetto soprattutto non è stato estemporaneo, ma duraturo.
Il voto finale al prodotto e al risultato per me è 8.
Se volete provarle anche voi, vi consiglio di fare come me e acquistare il kit  a 14,90 euro. 
Le maschere in formato full costano parecchio di più, in questo modo, invece, avrete la possibilità di provare più prodotti ad un prezzo conveniente. 




lunedì 16 giugno 2014

100 Happy Days!






Sono trascorsi 100 giorni dall'inizio del mio progetto #100happydays, ricordate? Ve ne ho parlato qui.


Non è stato facile. Ammetto che ci sono stati giorni storti, giorni no, in cui trovare un attimo di felicità riusciva davvero complicato. 
Ma è stata proprio questa la sfida, l'unico obiettivo degli ultimi 3 mesi: trovare malgrado tutto la felicità. 
Riuscire a vederla, riconoscerla.
L'iniziativa è un vero progetto di ricerca, di attenzione, di cura per se stessi. 
Quante volte ci riesce difficile definire il concetto di felicità, viverlo davvero. Il motivo sta proprio nell'aspettativa che releghiamo ad esso, invece se ci fate caso è molto più semplice di quello che crediamo. Bisogna solo sintonizzarsi su ciò che ci circonda, sugli attimi che viviamo e goderne fino in fondo.
Io l'ho fatto, fino all'ultimo giorno. 
Ho pubblicato le mie foto su instagram aggiungendo gli hashtag #100happydays e #100happydaysmissloretta
Ho scattato la felicità delle cose semplici e quotidiane, alle volte anche estremamente banali e ho capito che essere felici è a portata di mano, solo che giorno dopo giorno ce ne dimentichiamo, facendoci sopraffare dall'irraggiungibile, dall'insoddisfazione, dal rumore dei problemi, dal rimbombo della frenesia della vita, che rendiamo troppo aspra, con inutili richieste e traguardi complicati.
Provate a mettervi in gioco e iniziate anche voi la sfida. 
Provate ad essere felici per 100 giorni di seguito. 
Alla fine capirete che la felicità è a due passi da voi.

Scopri il progetto #100happydays e inizia ad essere felice sul serio.
Buona Fortuna!











sabato 14 giugno 2014

Maleficent


Ci lamentiamo che le favole non esistono. 
Che le storie raccontateci dalle pellicole cinematografiche siano mondi paralleli e inarrivabili, rispetto alla nostra realtà. 
Che i sentimenti e la vita romanzata non ci aiutino a vivere meglio, facendoci, invece, sprofondare in un mare di inutili illusioni e seguenti stati depressivi.
Vogliamo la verità. Nuda e cruda. 
Vogliamo che l'amore e le relazioni non si nascondano più dietro ai mantelli dei principi e lieti fine irreali. Perché nella vita vera facciamo i conti tutti i giorni con amori crudeli, sentimenti cronometrati e nessuna magia.
Ci hanno convinte a riporre la raccolta delle favole più belle in fondo ad un cassetto, ci hanno educate e messe in guardia rispetto alle commedie romantiche. Perché, il più delle volte, se ti trovi a fermarti per strada, sotto la pioggia, con una ruota a terra, la probabilità che venga in tuo soccorso l'uomo della tua vita è uguale a quella di sperare di metterti in forma ad un mese prima dalla prova costume cospargendoti di Somatoline.
Insomma siamo donne deluse, tradite dalla favola del vissero felici e contenti e dalla storia che il bacio del principe venga a svegliarci e salvarci. Non ci crediamo più.
Eppure, in fondo in fondo, ci speriamo ancora. Tanto che, la nuova versione della favola antica e affascinante della bella addormentata, ci ha fatto drizzare i capelli e mosse alla rivolta contro chi ha ne ha stravolto gli assiomi fondamentali. 
Abbiamo inveito contro gli sceneggiatori, in nome di una tradizionalità perduta, della veridicità della storia annullata da forme di amore diverse, da mutamenti personologici, ruoli invertiti, accusando la povera Malefica di aver perso la sua innata e intrisa malvagità.
Ho sentito commenti pervasi da grande delusione, per una cattiva che, in fondo, è solo una donna ferita.
Per un principe che è solo una comparsata, per un bacio che è quello che non ti aspettavi.
Eppure trovo che continuare a raccontarsi delle favole, quando ad oggi non ci sono più i presupposti per crederci, sia banale, a tratti utopistico.
Maleficent è un film semplice e innovativo. Racconta dell'amore, delle ferite del cuore, dei sentimenti inariditi e trasformati, dell'inaspettato che accade e di una malvagità che, spesso, diamo per scontata, ma il più delle volte è solo amore negato e abbandono. 
Zigomi a parte, la Jolie è stata superba, la bella addormentata una "bella che non balla"e le varie figure maschili insipide e a tratti disperate. 
Io vi dirò, malgrado l'innata forza che ci spinge a credere nel dogma delle favole, fatte di due belli che si innamorano e  vivono felici e contenti fino ai titoli di coda, perché il resto non ci è dato saperlo, non mi dispiace credere che esistano varie versioni, dell'amore si intende, e che, per essere amate e amare, non serva necessariamente un uomo, un padre o un principe, che se c'è è meglio, ma se non c'è, pazienza. Ad ogni modo, troverai qualcosa di bello che ti farà battere il cuore. 
Basta dargli e darti una possibilità.




lunedì 19 maggio 2014

We Can Do It! (Sottotitolo: Ridatemi la gonna a ruota!)

Lontana dal blog da un mese. 
Lo so.
Colpevole sono!
Mi credete se vi dico che ultimamene avevo voglia di prendere un po' le distanze. 
Da cosa? Anche da me. Per capire meglio, per riflettere con più lucidità, così da poter vedere meglio ciò che mi circonda e come io mi rapporti ad esso, per potervelo raccontare, su cui poter ironizzare, senza lasciarmi troppo trascinare da quel solito fiume in piena che sono i miei pensieri e le mie emozioni.
Così ho riflettuto, ho ascoltato e osservato e oggi è arrivata l'illuminazione. 
La svolta me l'ha data la festa organizzata dalla mia amica @wonderlover in occasione del suo compleanno e tema #rockabilly.
E' bastato poco per tornare indietro a quelle atmosfere anni 50, (una bomboletta di lacca per tenere una messa in piega in perfetto stile pin up e una serie di passate di rossetto rosso, naturalmente matte!)
Erano gli anni del dopoguerra, delle gonne a ruota, dell'eye-liner, della brillantina sui capelli, dei colori vivaci, di Elvis, del rock'n roll, dei giubbotti di pelle e dei fenicotteri rosa.
Ma soprattutto erano gli anni che più di tutti esaltarono la femminilità delle donne.  
Certo dagli anni 50 ad ora le donne hanno guadagnato diritti, tanti in più di quelli che esercitavano dalla loro cucina giallo limone, su questo non si discute. 
Ma nella loro lunga crociata per i diritti alla libertà, all'essere donne, al di fuori di una gonna a ruota, queste donne hanno perso la capacità di indossarla quella gonna, di vestire la loro femminilità a prescindere da un vestito, un accessorio o imbellettamento.
Gli uomini parlano di noi, ci percepiscono e ci amano anche per la nostra frivolezza, che non significa esser leggere, stupide o facili.
Essere donna significa essere consapevoli di esserlo senza ostentarlo, ma anche e soprattutto senza nasconderlo.
Certamente non è stato facile portare a spasso la nostra leggerezza, la nostra bocca a cuore color vermiglio, camminare dentro un sesso che spesso ci ha deprivato di intelligenza, saper fare e ha nascosto sotto strati di tulle e organza le nostre capacità.
Ma per fortuna le donne, alcune donne, riescono a voler fare, con tenacia, battendosi come uomini nonostante siano in bilico oltre che su un tacco, sul pregiudizio e lo smacco maschile.
Ci sono donne però che in tutti questi anni hanno smesso di lottare, mettendo da parte quello che di più bello è nella nostra natura a favore di una sempre più pressante comparazione con il maschio.
Si sono nascoste, appendendo al chiodo la loro femminilità. 
Vergognandosene e, infine, dimenticandosene.
Sono quelle che ogni tanto la rivendicano urlandola dalla poltrona rossa di un programma come uomini e donne. Quelle che a una gonna a ruota preferiscono i pantaloni perché venga loro riconosciuta credibilità.
Quelle donne che hanno smesso di mettere il mascara, stanche di vederlo andar via dietro alle troppe lacrime versate.
Quelle che la femminilità gli è stata rubata.
Hanno perso il significato dell'esser donne. E anche la voglia!
Alcune sono state costrette a farlo, altre hanno appreso a farlo, altre ancora in questa lunga catena evolutiva hanno adottato questa opzione come difesa,  una sorta di istinto di sopravvivenza.
Fatto sta che queste donne bisogna aiutarle. 
Aiutarle a ricordare che bisogna esercitare il proprio diritto ad essere donne, 
prima,
e, dopo,
qualsiasi altra cosa.
Because We Can do it!







mercoledì 16 aprile 2014

Che fine hai fatto,TU?



Esiste una domanda. Spesso banale, frequente, comune. 
-Come stai?
Poi, ne esiste un'altra. Più rara e difficile da formulare, non così scontata.
-E tu?

Ed è quella, che fa la differenza.

Ascoltare gli altri è alla base della mia professione.
E' la domanda "Come stai?" che apre il colloquio, che sottolinea la mia disponibilità e apertura al paziente, che mette quest'ultimo nella condizione di darmi la sua risposta e farmi, a sua volta, la sua domanda: chiedermi aiuto.
Ma questa è un'altra domanda ed è diversa da quella che, invece, mi aspetterei nelle mie relazioni. Dai miei amici, ad esempio.
Da qualche tempo, infatti, ho notato che il camice non riesci mai a togliertelo di dosso. 
Fare la psicologa significa, spesso, non smettere mai di lavorare. Perché, o per predisposizione propria o per aspettativa altrui, continuerai ad essere considerata tale, a sentirti tale.
Spiegare gli atteggiamenti, i comportamenti altrui è qualcosa che faccio di continuo, trovare una giustificazione, anche.
Quello che gli altri, invece, fanno di continuo, con me, è credere che questo sia giusto, lecito e scontato.
Così, mi trovo ad un tratto a rendermi conto che, malgrado  la predisposizione all'ascolto, essere lo"svuotatasche" degli altrui problemi, senza essere ricambiati diventa un bel problema. 
E che, quell'altra domanda, i tuoi amici, non te la fanno mai. Il fatto è che, al di là del mio lavoro, nessuno è più abituato ad ascoltare. 
Il narcisismo dilagante della nostra era ha generato persone incapaci di restare in silenzio ad accogliere l'altro, le sue richieste, le sue emozioni, i suoi disagi. 
E' tutto un gran bla, bla, bla, che ci impedisce di cogliere le parole, quelle vere, quelle a cui attribuire vero significato.
E anche la domanda: "E tu?" sfuma via. Trascinata da tutto il chiacchiericcio che non vediamo l'ora di vomitare sull'altro.
Sappiamo solo parlare, chiedere, aspettarci dagli altri comprensione e simpatia.
Pretendiamo attenzioni, sostegno, cura. Ma noi quanto siamo disposti a dare, agli altri?
Quale interesse abbiamo per chi ci sta di fronte? Quale interesse mostriamo per le nostre relazioni? 
Siamo social, facciamo i social, ma non riusciamo ad andare oltre i likes.
Abbiamo amicizie virtuali, che tolgono tempo a quelle reali, chiudiamo le nostre relazioni in compartimenti separati, convinti di riuscire a controllarle, a viverle, quando in realtà alla domanda "Come stai?" non riusciamo nemmeno a formulare un "E tu? TU? Esiti? Ci sei, ancora?"
Perché oltre l'IO ci deve per forza essere un TU
Un NOI.
E allora...
- "Allora, starei bene. Grazie."

mercoledì 9 aprile 2014

Che Ansia avere l'ansia!


Si dice che una delle parole più cliccate e usate al momento sia selfie.
Eh, no!
La parola del momento è ANSIA!
Al solo pronunciarla sento il cuore cominciare a battere, lo stomaco contrarsi e la gola stringersi in un nodo.
Crescono le palpitazioni, aumenta la temperatura corporea e il respiro si fa corto.
Ma cos'è l'ansia?
In realtà il termine è talmente inflazionato, che tutti lo usano pur non sapendo realmente cos'è.
Persino chi non l'ha mai avuta adesso sente di esserne colpito.
Io per prima.
Non lo avrei mai detto ma è successo.
Ho l'ansia e la colpa è dell'umanità che me l'ha contagiata, con il suo continuo ripeterlo.
Ansia 
Ansia 
Ansia
L'ansia, oramai, colpisce pure sotto i 9 anni.
Un piccolo concorrente di masterchef junior, l'altro giorno, se ne lamentava, preoccupato.
Ma davvero? Tu che sai stendere la pasta a 9 anni, che sai preparare le emulsioni a 9 anni, che sai sfilettare un branzino a 9 anni, tu, a 9 anni hai pure l'ansia? 
Se io sapessi fare la frolla come riesci a farla tu, a soli 9 anni, mi sentirei padrone del Nirvana.
E invece l'ansia non mi abbandona più, perché continuate a nominarla, sempre, ovunque.
Non avete capito che è come Voldemort? Dovreste averne paura e invece continuate a vantarvene come fosse la prova del vostro bagaglio emotivo, del vostro sentire e sentirvi.
Sono felice! [Ansia]. 
Sono triste! [Ansia]. 
Buongiorno! [ Ansia].

Ansia. Solo ansia.

L'ansia si manifesta come una condizione psichica ( paura, preoccupazione, apprensione, allarme) a cui corrispondono segni somatici (tachicardia, nodo alla gola, respiro corto, sudorazione) e comportamentali (irrequietezza psicomotoria, disturbi del sonno, irritabilità).
L'ansia è una combinazione di emozioni negative che mette l'organismo in uno stato di allarme producendo la classica risposta "combatti o fuggi".
Ma contro chi o da cosa?
Nella maggior parte dei casi da se stessi, ovvero da un conflitto psichico interno, che appare come una minaccia, un pericolo.
Naturalmente l'ansia quando eccessiva e non adattiva contraddistingue serie patologie psichiatriche ed è uno dei campanelli d'allarme e dei segni più evidenti dell'esistenza di un malessere nella persona.
Di fatto l'ansia contraddistingue in misura maggiore o minore la maggior parte di noi.
E' come la paura, ma non è paura, perché se hai paura sai di cosa, con l'ansia no, sei in un perenne stato di agitazione, iperattività immotivata e generalizzata. Non riesci a rilassare la mente né il corpo, che tieni costantemente sul "Chi va là".
Avere l'ansia non è come avere avuto una brutta giornata, che poi passa, non è come avere un mal di testa, l'ansia è una continua attesa, l'attesa che quello stato di inquietudine e agitazione ti abbandoni, è stare sulle spine senza un perché, è vivere con l'alito sul collo.
Il mondo è diventato ansiogeno, e noi di conseguenza siamo una generazione di ansiosi. 
Quello che ci fotte è l'ansia da prestazione. A letto e fuori dal letto.
Siamo costantemente messi sotto esame dagli altri, così finiamo per  pretendere standard, da noi stessi che non sempre riusciamo a raggiungere e mantenere, così siamo in costante lotta-fuga con noi stessi e con gli altri. 
La cosa che più ci rende ansiosi in assoluto è il non poterci esprimere per ciò che siamo. 
Perché essere se stessi, se tutti vogliono essere qualcun altro?
Meglio annichilire la nostra vera essenza, in favore dell'accettazione sociale. 
E non basta avere personalità per resistere alla tentazione di cadere in questa trappola, si dovrebbe avere una personalità mastodontica e la nuova generazione purtroppo ne è sprovvista.
Come potrebbe mai d'altronde svilupparne una con tutti i modelli fuorvianti e svalutanti a cui far riferimento? 
E soprattutto l'ansia è diventata la parola jolly da sostituire a tutti i nostri stati d'animo, quelli che difficilmente riusciamo a verbalizzare, quelli che non siamo più abituati a riconoscere ed accettare.
Per esempio la noia, la tristezza, la sofferenza e infine lo scazzo, quello che più di tutti contraddistingue la nostra esistenza, fatta, spesso, di vuoti da colmare.
E' tutto un vuoto cosmico, di pensieri, sentimenti, azioni e inibizioni. Come se non ci fosse più nulla in grado di riempirlo e riempirci e forse sarebbe questo il vero ansiolitico capace di colmare quest'ansia conseguente. O, forse, l'ansiolitico non è altro che la nostra presa di coscienza, il nostro dare un vero nome ai nostri problemi, senza mascherarli dietro quell'unica parola, che ci salta in bocca, ogni volta ci sentiamo sopraffatti da ciò che sfugge al nostro controllo. 
La parola ansia è solo l' effetto placebo, che culla le nostre scuse dinnanzi alle reali soluzioni.
Lasciarsi andare, abbandonarsi ai nostri bisogni, alle nostre esigenze, pianificare per noi un progetto che non sia solo dover essere ma voler essere, sarebbe in fondo l'unica, probabile e più difficile soluzione.

A questo punto mi sono appena accorta che ho ripetuto così tanto la parola ansia, che, alla fine, mi è venuta davvero; che questo post è diventato più serio del previsto e che, in fondo, io volevo solo denunciare il fatto che, la vostra ansia, quella che sbandierate di continuo sui social, quella che  "Dio, che mi metto", quella che "Oggi è lunedì" quella che "La fashion week" ecco, quella non è ansia, è solo voglia di dare un nome a ciò che un nome non ce l'ha, o meglio, a quello che, semplicemente, si chiama "sticazzi".











Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...