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lunedì 25 maggio 2015

Da oggi faccio a modo mio!




Avete mai provato ad analizzare un vostro comportamento per rendervi conto, solo a posteriori, che la percezione che avevate dello stesso era completamente sbagliata?
Avete mai provato a guardarvi dal di fuori, scoprendo che quello che stavate facendo era davvero l'opposto di ciò che credevate fosse giusto mettere in atto?
La situazione si complica davvero se a fare luce sulla questione, a dar voce alle vostre contraddizioni, non siete voi, ma personaggi esterni a voi, quel prolungamento di voi, che, usualmente, chiamiamo amici.
Ecco.
Chiariamo un punto fondamentale: talvolta questi fatiscenti personaggi si rivelano essere frapposti tra voi e il vostro agire. Insomma, alle volte i nostri amici sembra che giochino a risiko con noi, lanciandoci come pedine impazzite alla conquista di territori che vorremmo conquistare da soli, senza mettere in atto strategie infinite.
Loro vi consigliano, vi ammoniscono, vi trattengono e, poche volte, vi spronano a fare ciò che il vostro istinto urla da tempo. Spesso ascoltarli e un bene, ma il più delle volte non farlo è meglio, soprattutto quando quello che vi suggeriscono di fare, o non fare, crea la confusione e l'immobilità che vi porta a non fare assolutamente nulla.
Nel dubbio, si dice, meglio non agire. Ma quante volte non agiamo solo per paura?
Quante volte restiamo sospesi e immobili davanti a ciò che vorremmo, finendo per scegliere ciò che sarebbe solo più consono volere.
Desideriamo e finiamo per assecondare tutto, fuorché i nostri desideri, perché niente ci fa più paura che la loro realizzazione ed il loro esaurimento.
I nostri cari amici, spesso, ci complicano le cose, facendosi ambasciatori del nostro meglio, in virtù di un'esperienza che vantano possedere.
Ci fanno mancanti di azione. Ci depennano dalla facoltà di intendere e volere il bene per noi.
Al momento le loro parole ci sembrano verità disarmanti, e ambiamo ai loro piani organizzati sulle nostre vite come fossimo degli incapaci.
E forse lo siamo, o meglio, crediamo di esserlo, in quel preciso momento storico della nostra esistenza. Quando pare tutto nuovo, strano, confuso.
Sfido chiunque a non trovare momenti simili nel suo percorso. E vi sfido, ancora, a non intravedere accanto a voi, in quella "selva oscura" , un qualche saccente Virgilio pronto a guidarvi nei molteplici gironi del vostro inferno.
Anche voi, avrete scoperto, solo a posteriori, che l'essersi affidati a questo e quel consiglio, in realtà, non è servito a molto. 
Che vi siete tirati fuori, da soli da quelle fiamme, e che il paradiso lo raggiungerete in solitaria.
Perche l'affidarsi agli altri, spesso, non fa altro, se non allontanarci da noi stessi, dai nostri reali bisogni, dal nostro reale essere.
Perché solo noi conosciamo quello che ci fa star bene, anche se il più delle volte ci fa stare male. Solo noi sappiamo quello che vogliamo, realmente.


Solo noi.


Nessun altro.












 

martedì 19 maggio 2015

Pretendiamo oggi il nostro pane quotidiano.



Panificio.
Ore 21.00.
Arrivo trafelata, come sempre, alla fine di una lunghissima giornata. Sono in coda in attesa del mio turno. 
Due anziani prima di me rivendicano animatamente e con pignoleria il diritto ad avere la pagnotta "perfetta, croccante, non troppo cotta e che non pesi più di 200gr".
Così, mentre sono in attesa di chiedere, svogliata e stanca, i miei soliti 4 panini X, sfusi, mi soffermo a riflettere e giungo alla conclusione che nella vita esistono due tipologie di umani: i rompiballe ed i pazienti.  
Insomma c'è chi non é nemmeno consapevole di quanto sia esigente, al limite della rottura di balle, tanto vuole e tanto esige di ottenere, allora mi sono chiesta perché c'è chi, come me, chiede ciò che vuole, cercando di fare il possibile per comprendere la stanchezza di chi sta dietro il bancone e non disturbare.
C'è chi morde per avere e chi sorride accontentandosi.

Naturalmente questo tipo di atteggiamento ce lo portiamo dietro in una moltitudine di situazioni, escluse quelle relazionali di qualsiasi voglia genere e forma.
Chissà perché non siamo così esigenti anche nelle relazioni.
Soprattutto noi, donnine. Rompiballe all'ennesima potenza quando si tratta di scegliere un vestito, ma mai, dico mai, nella scelta del nostro partner.
Se ci pensate bene, tutto l'affanno che spendiamo nella scelta di quegli stessi indumenti che due attimi dopo giacciono sparsi sul pavimento come i pezzi sparsi di un disastro aereo, mentre tu e lui superstiti ansimate sul letto nudi come vermi, non valgono davvero la fatica. 
Insomma, dicevo, il più delle volte,  tendiamo ad assumere un atteggiamento fortemente passivo davanti al lui di turno.

Ci troviamo disposte ad accettare compromessi imbarazzanti, con personalità anaffettive, egoiste, opportuniste. Nelle relazioni ci pieghiamo, ci costringiamo ad essere quello che non siamo, cambiando alle volte parti di noi, adattandoci camaleonticamente a chi non è disposto nemmeno a darci un minimo di rispetto.


Nelle relazioni non badiamo a nulla che non sia il nostro istinto primordiale. Così è come fossimo davanti a quel bancone, a fissare mafalde, gemellini, scacciatelle, senza badare a nulla che non sia la fame, per poi magari tornare a casa e addentare un panino dell'altro ieri, poco cotto e con esubero di mollica.
La fame verrà placata, ma il giorno dopo? Ci resterà sullo stomaco quel farinaceo senza né arte né parte.
E' una lotta impari. Tra noi, il nostro istinto e quel maschio senza "crosta". Si tratta di due soggettività  diverse. Esigenze opposte. Bisogni differenti. 
Succede così, che il giorno dopo, hai un gran mal di pancia, ma hai ancora fame. Succede che quel panificio è sotto casa, è comodo, ti ci sei abituata e, in fondo, ti piace. 
Allora ti piazzi davanti al bancone e questa volta sei decisa a non farti fregare, chiedi il pane fresco, scegli accuratamente la tipologia che più ti aggrada, e non ti fai fregare solo dalla fame. 
Così torni a casa e questa volta il mal di pancia del giorno dopo non è per il pane scadente, ma perché ne hai mangiato troppo, perché era buono, perché alla fine la fame, insieme al gusto ti hanno comunque presa in contropiede.
Ecco. Mi sono fatta prendere dalle mie metafore. Mi sono accorta di parlare di un uomo come fosse un panino. Il punto è che la verità è una:  le relazioni ci rendono essenziali. Le relazioni ci fottono le ambizioni. Le relazioni ci servono come il pane. E il problema nasce dal fatto che accontentarsi di un tozzo di pane è più facile, alle volte, quando sei sola a casa e non hai voglia di imbandire un pranzo pretenzioso.
Rieccomi con le metafore!
Sapete qual è la morale di tutta questa manfrina? Che la lotta impari tra uomo e donna vede sempre un vincitore e un vinto. Ti accorgi di essere tu ad aver perso quando guardandoti allo specchio vedi un riflesso diverso e capisci che non sei più tu, ma quello che sei diventata trasformandoti per qualcun altro. Allora è lì che decidi che è arrivato il momento di ritrovare quella che eri o, semplicemente, fare i conti con quella che sarai. Ci vorrà tempo, anche se nessuno te lo dice questo, ci vorrà un mare di tempo prima che questa consapevolezza faccia capolino, su quello specchio.
E, insieme ne arriverà un'altra: gli anziani, al panificio, davanti a te, saranno stati come te, un tempo, solo che, dopo una vita di panini indecenti, arriva il momento in cui, o decidi di rompere le balle e pretendere al giusta pagnotta o ti accontenterai tutta la vita di briciole e "muddica".
Perciò esistono due tipi di persone: chi si accontenta e si lamenta e chi pretende il giusto pene pane  e gode.


giovedì 14 maggio 2015

Io chi sono?


-Io sono. 
Usiamo il verbo essere tante di quelle volte, da non renderci conto del peso che ha il suo significato. 
Affermiamo noi stessi. 
Quotidianamente. 
Diciamo di essere, e di esserci, inconsapevolmente.
-Noi siamo.
Ma chi siamo davvero?
Piuttosto che affermare te stesso, ti sei mai posto la domanda?
-Io chi sono?
Io, ad esempio, sono quello che sono, ma non saprei dirti come sono. 
Sono come mi vedi e sono quello che non vedi.
Sono fragile e sono stata forte. 
Sono intelligente e sono una stupida, quando non ho voglia di capire o di far capire, che in realtà ho capito benissimo. 
Sono ansiosa e sono odiosa.
Sono il teatro delle mie emozioni.
Sono cinica, dispettosa e sospettosa.
Sono una sognatrice a cui sconvolge la realtà, a tratti incomprensibile. 
Mi destabilizza l'abitudine e mi fa paura il cambiamento. 
Vivo di contraddizioni. 
Amo ciò che vorrei e dovrei odiare e odio ciò che dovrei e vorrei amare. 
Mi nutro di ideali, idealizzando quello che svaluterei all'istante, se solo non fossi io. 
-Come sono io? 
Io sono quello che sono.
Sono come il mare, che calmo mostra il suo profilo migliore, quando la trasparenza del fondale rende il tutto un brillio accecante e meraviglioso. 
E sono come il mare, quando si agita e i colori diventano pieni di saturazione, il fondale scompare e resta la schiuma e il movimento, violento, impenetrabile, indomabile. Dove si perde lo sguardo. Perchè ipnotico è il suo tirare indietro e trascinare avanti. 
-Sono così. 
Avanti e indietro, sull'onda delle mie sensazioni, delle mie emozioni. 
Ti dono i miei sorrisi migliori, o quanto meno mi travesto di quelli. 
Ti nascondo le lacrime, che riservo a me stessa, a quella parte peggiore, che torna con me a casa tutte le sere. 
Sono quello che sono.
Mi Vedo e mi frantumo, come un'onda, davanti a ciò che tu guardi e non vedi di me. 
Perché sono quello che sono, ma non quello che tu guardi e non vedi in me.


martedì 5 maggio 2015

È come andare in bicicletta.



" È come andare in bici ".


Si dice così di una cosa talmente facile da risultare quasi automatica.


Come tornare in pista dopo una lunga storia e lasciarsi andare. Non soltanto ai sentimenti. Quelli li metti da parte i primi momenti, non ci pensi. Come non pensi sia prioritario cambiare le marce durante la pedalata. Pensi solo che devi montare in sella e partire. Cercare almeno di ricordarti come si fa, a tenere l'equilibrio, a frenare senza cadere, a tenere la strada.


E se andare in bici fosse tutt'altro che semplice?


Ne ho avuto la prova.


Ero lì poggiata sul sellino, in bilico sulle punte dei piedi (dovete sapere che quando si è alti meno di 160cm, si sta sulle punte, quasi sempre.)


Dicevo, ero lì, che provavo a darmi lo slancio sul pedale per partire e sentivo solo qualcosa bloccarmi i muscoli delle gambe. Nel frattempo, la coordinazione motoria veniva meno e, insieme a lei , il coraggio di provare. Stavo lì, bloccata e rigida, a chiedermi cosa mi impedisse di avanzare.


La paura credo. Di cadere, di farmi male, di non riuscire a tenere l'equilibrio.


Eppure come si fa ad aver paura di un gesto così familiare e automatico?


E stavo lì ferma a fissarmi i piedi e a chiedermi il perché avessi così tanta paura.


Me lo chiedo in realtà tutte le volte che mi trovo a fare qualcosa per la prima volta, dopo tanto tempo e, anche se so di esserne capace, la paura resta.


Credo sia lo stesso blocco che ultimamente mi trovo a sperimentare con gli uomini.
Quella difficoltà iniziale che non ha niente a che fare con il sesso in sè.
Quello è come pedalare e non è la parte difficile. Il punto è darsi il coraggio per spingere sul pedale e montare in sella.


Spesso la familiarità di una relazione ci rende sicure, ma fuori da quei confini protetti, quando sei faccia a faccia con un lui diverso, una situazione diversa e un approccio diverso subentra la paura del mettersi in gioco di nuovo. E tutto quello che precede un gesto naturale e familiare come un amplesso, ti risulta tremendamente difficile. Allora stai lì, davanti a lui, come davanti a quella bicicletta, continui a fissarti i piedi, a controllare ogni tua mossa, ripeterla in testa, cercare nella memoria la sequenza comportamentale appropriata.
Ma dura un attimo.
Poi trovi che non è così complicato.
Togliersi i vestiti non è la parte più difficile. Trovarsi nudi, pelle contro pelle non ha nulla di complicato. È quando scopri il cuore che tutto si fotte. È li che sei davvero nuda. Quando ti trovi sola con lui, e ad ogni battito, la senti quella maledettissima paura, di esserti lasciata troppo andare. Sei in discesa, senza freni e hai appena tolto le mani dal manubrio, è un attimo e ti schianterai, lo sai. Ed è troppo tardi, perché oramai riprendere il controllo della strada ti farà cadere comunque.


Che poi nessuno te lo dice che, per quanto tu possa tenere il manubrio, pedalare, e stare sul sellino, non sai mai se nella strada troverai una buca, il terreno sconnesso o un intralcio qualsiasi. La strada la puoi solo percorrere cercando di non cadere, ma se cadi, evitare graffi, tagli e ammaccature non fa parte del gioco.
Quello che ti capita mentre pedali non lo puoi decidere. Puoi decidere il percorso. Ma non eviti le cadute.


Puoi, se lo vuoi, una volta a terra, decidere di rialzarti.


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