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mercoledì 24 luglio 2013

Help me or no?

Il distacco, la neutralità, l'obiettività, sono alla base del mio mestiere, come l'empatia.
Ogni mattina, in clinica, aspetto le mie consegne e con il respiro fermo, il cuore distaccato e la consapevolezza di me stessa, indosso il camice, come fosse un'armatura.
Mi difendo e mi proteggo dal rimbombo di tutta quella sofferenza, dal frastuono dei malesseri, che, giornalmente, si confondono tra loro, in un vortice di richieste d'aiuto, speranze e bandiere bianche. Bianche come il mio camice, chiuso sui primi 3 bottoni, a riparare il petto e il cuore.
Come vi ho già raccontato qui, ho scelto questo mestiere, l'ho fatto per passione, ma anche per affinità al mio carattere, io che da sempre amo ascoltare, in silenzio, me, gli altri, studiandone ogni aspetto, cercandone la verità e provando a comprenderla, senza giudicarla.
All'inizio del mio percorso avrei voluto abbracciare ad una ad una quelle storie, quei racconti di vita sofferta, quelle identità perse o invase. Adesso so che è necessario mantenere una distanza, necessaria  a te e a loro. Entrare nelle loro vite non è rispettoso, creare in loro una dipendenza da te, forzare un legame è inopportuno ed eticamente scorretto. Anche se vi sembra ingiusto. Lo so.
Provo a spiegarvi il mio mestiere, le sue difficoltà. Perchè, spesso, il distacco che ci imponiamo, viene letto come  freddezza o disinteresse.
Il più delle volte lo psicologo, diventa contenitore di ansie, paure, disagi, senza un riscontro di vere e reali richieste. 
La difficoltà più grande, infatti, la incontro tutte le volte che trovo dinnanzi a me qualcuno che non riesce a formulare alcuna domanda, che non sa trovare le parole, che non ha con se i mezzi per tirare se stesso fuori da quel buco nero che lo sta divorando, perciò, a malincuore, devi convivere con quel senso di impotenza, sapere che purtroppo fa parte del gioco, che purtroppo un gioco non è, ma non puoi fare altro che ascoltarne i sintomi, le paure, la sofferenza, e in tutto quel dialogo, tra tutte quelle parole, aspetti, con pazienza, che ne venga fuori una, la più importante : aiuto!
E se non arriva? Se non arriva, quel camice, lo stringi ancora più forte, perchè sai che di più non puoi fare, che oltre non puoi andare.
Ti insegnano a comprendere gli altri, e con il tempo impari che l'empatia, che ti avvicina alle persone, ai tuoi pazienti, ha dei limiti, degli stop, ai quali devi fermarti per dare precedenza ad altre cose. Nella vita di tutti i giorni con un amico, un familiare, saresti pronto a offrire il tuo aiuto, anche quando non richiesto, sentendoti legittimata a farlo "per il suo bene". 
Con un paziente, invece, fai il suo bene quando rispetti i suoi tempi, le sue difese, la sua malattia e, invece di fiondarti come un ariete, per aprire il varco alla sua salvezza, aspetti, dietro una porta fatta di resistenze, di negazioni, di rimozioni e paure. Piano piano come acqua, goccia dopo goccia, passi attraverso una fessura, che non sempre arriva in profondità; se la raggiungi sentirai di aver dato un senso al tuo lavoro, ma, se non riesci, il contraccolpo non deve farti smettere di provare o di credere in ciò che fai. Non tutti possono o vogliono essere salvati.
Ogni mattina prendo le mie consegne, affronto le persone, entro nei loro mondi offrendo ascolto, comprensione e torno a casa con la consapevolezza che non tutti troveranno la pace, che la verità a volte rimane inviolata, che infine si perde la volontà di lottare, perché scontrarsi con se stessi o reagire a se stessi stanca terribilmente. 
Da eterna sognatrice, però, mi piace credere- e vorrei tenerlo a mente per me, per voi, per loro- che alla fine del buio si trova il sole, a scottare e illuminarci la vita, l'importante è non solo poterlo, ma, soprattutto, volerlo raggiungere.
Kiss





1 commento:

Italian Blogger ha detto...

Concordo...bisogna sempre ricordarsi che abbiamo di fronte delle Persone.
All'inizio pensavo fossi "medico", poi ti ho capita.. i medici purtroppo non parlano così:-)

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