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martedì 25 marzo 2014

Dove sono finite le farfalle?


Niente da fare. 
Oramai i miei amici hanno capito che la mia laurea in psicologia serve a loro più che a me e, davanti ad un prosecco, snocciolano le loro paturnie, al mio povero orecchio, senza alcuna pietà.
Il filo conduttore, al momento, è che i sentimenti stanno a zero.
Quello che conta, invece, sono le emozioni, o meglio, le farfalle.
Tutti vogliamo sentirle svolazzare nello stomaco!
Non c'è niente di più bello di farsi trascinare, coinvolgere, strapazzare come un uovo da quelle palpitazioni che solo ai primi incontri, quando ancora i sentimenti sono lontani dalla relazione, riesci a provare con assoluta libertà d'espressione.
Non so se sono proprio farfalle, ma quando senti quello scompenso nella parte alta dello stomaco, a meno che tu non abbia un attacco acuto di gastrite, si tratta di agitazione, quella buona, quella che fa rima con eccitazione, che ti fa perdere il controllo, che ti riempie pur senza aver mangiato.
Per esempio c'è questa amica che ha preso una sbandata colossale.
E quando torni a far l'adolescente, senza essere un adolescente, con un adolescente, è come andare in autostrada contromano, il rischio di farti investire è assicurato. 
Il fatto è che ci si ritrova al punto in cui ti senti come chiusa in una stanza in cui per troppo tempo si son tenute chiuse le finestre e quando il vento prepotente ne spalanca una quella sferzata d'aria fresca ti regala l'ossigeno e la luce di cui avevi sentito per troppo tempo la mancanza.
E' quando perdi per un attimo te stessa, quando sei stata per troppo tempo lontana da te stessa e dai tuoi bisogni, che al momento in cui ti ritrovi davanti a certe emozioni, a certi spasmi e a certi brividi, non riesci a ragionare con la parte razionale di te. Avresti solo voglia di perderti, lasciarti andare, lanciarti nella tana del coniglio bianco e come Alice perderti in un mondo alternativo, diverso dalla tua realtà così pressante e familiare.
Siamo costantemente ossessionati dall'idea di equilibrio, perfezione, che i sentimenti, quelli veri riescono a regalarci, ma al tempo stesso avvertire un minimo di smarrimento, amplifica le nostre percezioni, che si alterano, e, insieme a loro, l'idea di quelle che una volta chiamavamo certezze.

Raggiungere lo stato di quiete, in una storia lunga e duratura,  non ci basta più, soprattutto se, raggiunta la quiete, questa è soltanto apparente o se l'abbiamo confusa con torpore, annichilamento di noi stessi. Se la storia che stiamo vivendo manca di qualcosa, le emozioni, ad esempio, allora c'è qualcosa che non va.
Anche la storia più solida, quella che ci ha viste protagoniste di scelte importanti, che ha messo in ballo sentimenti e progetti sembra diventare il giusto sacrificio da compiere per ottenere un momento di scossa.
Quella scossa che solo certi stati emotivi sanno regalarci. Che i sentimenti da soli non bastano a restituirci.
Alle volte abbiamo voglia di una libera uscita, per esempio da noi stessi, dall'eccessivo controllo che ci imponiamo quotidianamente, che ci rende schiavi di situazioni sempre uguali, che ci incatena all'abitudine.
Ed è il caso di un altro amico, in lotta con la consapevolezza  di amare chi forse non riesce ad amare e vivere la loro storia come lui vorrebbe.
Qui non ci sono sbandate, non ci sono adolescenti. Qui ci sono due adulti stanchi e svogliati.
La storia è importante, ma piatta. Pochi stimoli, troppe litigate, musi lunghi, poca condivisione e fusione di interessi.
Perché dopo essersi conosciuti, sviscerati, amati ci si lascia andare al loop del "sempre uguale"?
Cosa succede ai sentimenti? Che se ne stanno lì, addormentati anche loro, letargici, coperti da troppi se, troppi ma. 
Cosa impedisce di viversi al pieno. Di ritrovarsi? Di reinventarsi?
Dopo il lavoro, ci si ritrova a casa spremuti dalla giornata e non si ha più nulla da dirsi, se non vomitarsi addosso lo stress, e l'unica emozione che si riesce a condividere è la rabbia. 
Insomma, cari amici, siete arrivati al capolinea. E tra la voglia di saltare su un altro treno e il restare fermi a guardare quello che lentamente si allontana, forse c'è ancora qualcosa da salvare.
L'amore c'è, in entrambi, ma non si ha il coraggio di puntarlo, prima di tutto, verso il giusto bersaglio, se stessi.

Perché amare qualcuno vuol dire anche questo, volere del bene innanzitutto per sé, cominciando a non  privarsi delle emozioni, che, se ci pensate bene, alla fine, sono l'unico vettore in grado di smuovere il sentimento.
Certo che, in certi casi, riesce davvero difficile prendere il coraggio di agire a due mani e fare quello che è più giusto per noi stessi. Allora, meglio fare come quell'altro mio amico: salire su un aereo, sorvolare l'oceano e staccare la spina in un'altra città.
Se non altro in 10 ore di aereo le farfalle nello stomaco alla fine le senti, no?





2 commenti:

Carmelyta ha detto...

Tocchi un argomento davvero particolare ma allo stesso tempo banale perché tutti ma proprio tutti siamo alla ricerca di queste benedette farfalle ma poi non abbiamo nemmeno il coraggio di andare dal ragazzo che ci piace seduto al tavolo accanto al nostro! Io in primis.. Mi piace tanto il tuo modo di scrivere e ti leggo sempre tutto d'un fiato!!

Camelia Flower ha detto...

allora io che riesco ancora a sentire le farfalle nello stomaco dopo ben 9 anni di fidanzamento sono super fortunata mi sa :)

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