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giovedì 19 dicembre 2013

La mafia uccide solo d'estate.



Ho visto il film di Pif.
Anche io ero una bambina, quando, per la prima volta, sentì pronunciare la parola Mafia. 
Risuonava ai telegiornali insieme ai nomi dei morti ammazzati in sequenza.
Come i proiettili delle mitragliate. Ad uno ad uno, arrivavano, veloci, improvvisi, insensati.
A quell'età era solo una parola nuova, tra tante altre parole nuove, come tritolo, cosche, famiglie, processi. 
Non avevo certo idea del suo significato agghiacciante, della sua logica perversa, di quel meccanismo radicato nelle menti, nella gente, ma, soprattutto, radicato nella tua terra.
La Sicilia, infatti, compariva accanto a quelle parole, diventando metafora di terrore e sgomento, e una piccola iniziale indignazione. 
Io che ero una bambina, difficilmente trovavo risposta alle mie domande. 
Una verità fatta di morti ammazzati, cosa nostra, clan e paura è difficile che te la spieghino. 
Il fatto è che anche i grandi stentavano a raccontarsela quella verità, perciò negavano, con raziocinio, con il silenzio, ma più di tutto con paura. 
Poi i morti diventarono troppi. 
Si iniziò a parlarne, al bar, sui giornali, in un aula di tribunale, sulla traccia del tema ai miei esami di 5 elementare.
Io ero una bambina e Falcone e Borsellino non erano solo magistrati, erano eroi.

Adesso sono cresciuta e quegli eroi continuano a fare storia. 
Intanto, la mafia non uccide più. Non come venti anni fa.
Ci sono meno mitragliate, quasi nessuna esplosione. 
La mafia si è evoluta, perché si sono evoluti i suoi boss. Non sono più gli ignoranti, i pecorari, la gente del volgo, che si nasconde in una cascina tra i monti. 
Non parlano solo siciliano.
I boss si sono laureati, hanno indossato i vestito buono e sono scesi dai monti in città, sono tra di noi. 
Sono quelli che scavalcano i nostri dritti, che calpestano la libertà di esercitarli, che ci uccidono con le parole e ci prevaricano con la prepotenza delle loro azioni. Li incontriamo tutti i giorni. 
Certo, ci sono ancora i boss della "vecchia scuola", ma sono stati già smascherati tutti.
Sono quelli senza pistola che è più difficile riconoscere. 
Dobbiamo ancora imparare.

Ho visto il film di Pif. 
Dovreste vederlo anche voi, se non lo avete ancora fatto. Perché aiuta. A riflettere, per esempio.

Pif racconta la mafia, lo fa attraverso gli occhi di un bambino, ti strappa un sorriso, e nel frattempo ti lucida gli occhi, quando riporta con grande tatto la cronaca nera di 20 anni fa, quella che altri forse hanno raccontato con parole troppo pompose e con immagini troppo violente. 


Pensiamo che la mente di un bambino non sia in grado di recepire e comprendere la malvagità, così gli neghiamo la possibilità di conoscerla, e di imparare a discriminarla. 
A volte invece è la mente dei grandi che non è capace di accettarla e si difende distogliendo lo sguardo. 
Pif fa centro, perché coglie l'essenziale, con garbo, con semplicità, e, per una volta, al cinema, nessuno si alza improvvisamente, nessuno lascia la poltrona ai sopraggiungere dei titoli di coda, per pochi minuti si resta tutti fermi a guardarli scorrere, così come i pensieri che nel frattempo si muovono tra la memoria e la consapevolezza, limpidi e amari allo stesso tempo.










1 commento:

Cristina P ha detto...

Non sei la prima che me ne parla bene, devo andare a vederlo.
Bellisisma recensione!

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